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IL
CALCIO all’inizio del 3° millennio-pensieri in libertà
di
Piero Carnacina
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C’è
qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico. Ho
avuto occasione di analizzare con molta calma e con il giusto tempo,
l’attuale situazione dei Settori Giovanili. Capillare
ricerca di talenti da parte delle grandi squadre, cura e professionalità
nella ricerca, organizzazione meticolosa
dei Settori Giovanili delle squadre professioniste e non; e allora perché
c’è quest’aria di imminente catastrofe, questa convinzione
generalizzata che qualcosa non va. Perché i talenti non fioriscono come
dovrebbero, perché l’entusiasmo dei ragazzi quando arrivano ai 16-18
anni scema con crescente e preoccupante progressione? Se
restiamo ancorati ai luoghi comuni, ci viene da dire: “I giovani sono
così, hanno sempre meno voglia di soffrire, hanno tutto e il contrario
di tutto, pertanto è normale che non vogliamo e non riescano più a
sacrificarsi.” E’
facile parlare così, ma è una vita che sento questi discorsi, da
sempre la generazione precedente critica quella attuale. Il problema è
a monte, è in noi, in noi che li alleniamo, in noi che siamo permeati
di ottusità e presunzione, in noi che ormai maturi, non riusciamo ad
adeguarci ad una società in continuo vorticoso mutamento. Pensiamo,
per esempio, ai telefonini cellulari e alla impetuosa rivoluzione nelle
abitudini, nei rapporti interpersonali, che questo piccolo oggetto sta
provocando, un nuovo linguaggio sta emergendo dai messaggi che i giovani
si inviano continuamente. Il
mondo cambia, cambiano le abitudini, il linguaggio, e noi no, noi siamo
fermi alle nostre consolidate abitudini, al nostro sempre uguale modo di
rapportarci coi giovani. Dobbiamo
studiare, non solo schemi e sistemi di allenamento, ma psicologia
spicciola, dobbiamo occuparci dei piccoli uomini che ci vengono affidati
e che si affidano a noi, dobbiamo rispettare la loro unicità, la loro
capacità critica, la loro voglia di capire. Sono diversi da come
eravamo noi, molto diversi, la timidezza è praticamente scomparsa, non
hanno alcun timore di confrontarsi con noi adulti, vogliono capire,
vogliono essere aiutati a capire. E’
necessario mettersi in discussione, comprendere che quella che ieri era
una verità assoluta, oggi possa essere un qualcosa da ridisegnare. COSA
FARE ? ·
PARLARE ·
ASCOLTARE ·
CONFRONTARSI ·
SPIEGARE ·
FARLI DIVERTIRE ·
RISPETTARLI ·
DARE PIU’ DI QUELLO CHE SI RICEVE (lo apprezzano molto) ·
ATTENTI A NON SBAGLIARE (te lo rinfacciano subito) ·
COMPLICITA’ (immedesimarsi nei loro problemi) ·
SEVERITA’ (non la disprezzano) ·
COMPRENSIONE (ne hanno bisogno) RAPPORTARSI
CON LORO quasi alla pari,
la differenza di età esiste, ma ascoltare quello che hanno da dirci
(anche se possono sembrare delle stupidaggini), perché alla loro età
hanno diritto di essere “stupidi” . Lo eravamo anche noi, solo che
per timore tenevamo la
nostra “stupidità” nascosta, non avevamo coraggio di affrontare gli
adulti. Le
nuove generazioni sono abituate a parlare, a ribattere, a contestare, a
discutere. Era
più comodo prima, quando sembrava ci stessero ascoltando. E’
più difficile ora che bisogna spiegare, parlare, convincere, ma è
anche più gratificante. Bisogna addirittura stimolare di più il
confronto, incoraggiarli a prendere delle decisioni e fare delle scelte,
Perché se è vero che sono più sciolti, più liberi è altrettanto
vero che non sono abituati a prendere delle decisioni, visto che c’è
sempre qualcuno che pensa per loro, in casa, a scuola e nello sport. A
me sta succedendo qualcosa di strano, a scuola dove lavoro (in
segreteria) vengono a trovarmi parecchi ragazzini, addirittura 10-12
durante l’intervallo, sia maschi che femmine ( a fare filò) come
dicevano i nostri “vecchi”. Ho
sempre avuto un buon rapporto coi ragazzini, ma ora sto notando, che
sono proprio loro a cercarmi. Hanno
voglia di parlare con un “GRANDE”?. Con uno che pur essendo
abbastanza avanti con gli anni (53 per la precisione) sa mettersi al
loro livello, a parlare una lingua che comprendono e dal quale riescono
a farsi capire. Non
sono sicuro che sia così, mi fa piacere pensarlo, ma certo qualcosa di
nuovo c’è. Parlare
con loro, capirli, studiare il loro linguaggio non significa “calare
le brache”, non per “dargliele tutte vinte”, ma per cercare di
entrare in sintonia con il loro modo di essere. Siamo
educatori e pertanto quando è
necessario bisogna intervenire anche duramente perché le regole vengano
rispettate, ma sempre tenendo presente la parabola del FIGLIOL PRODIGO.
La porta deve essere sempre aperta, chiunque può sempre rientrare anche
dopo aver sbagliato, e dovrà essere accettato dal gruppo nel migliore
dei modi, aiutandolo a superare eventuali momenti difficili. Non
permissivismo, ma semplice comprensione , ricerca dei perché, non siamo
dei giudici. Il
nostro compito non è quello di eliminare di “tagliare” ma quello di
accettare. Non
devono gratificarci solo i risultati (peraltro importanti, è piacevole
vincere), ma dobbiamo essere contenti quando riusciamo a collaborare
fattivamente alla crescita di questi ometti alla ricerca di un futuro. L’allenatore
è un leader, cosa non da poco in un momento in cui mancano per tutti i
punti di riferimento. La famiglia è in difficoltà, la scuola ristagna,
non si evolve, della politica è meglio non parlare. Gli
istruttori sportivi possono avere una grande valenza nella crescita di
questa gioventù alla disperata ricerca di motivazioni e di esempi.. Dobbiamo
essere coscienti di ciò e lavorare duramente per essere all’altezza
di questo compito, e umilmente metterci costantemente in discussione,
sensibili ai mutamenti continui di una società in veloce metamorfosi. MENTALITA’ PROFESSIONALITA’ CULTURA
SPORTIVA Tutto
questo è giusto se si vuole riuscire, ma non deve impregnarsi di
tristezza, di noia. Dove
sta scritto che non si possa essere professionali anche divertendosi e
sorridendo. Vedi spesso allenamenti di squadre giovanili in cui il
divertimento è completamente bandito. E’
UN GIOCO!!! Bisogna
divertirsi, i bambini devono tornare a casa dopo l’allenamento stanchi
ma felici. Devono avere voglia di ritrovarsi coi compagni e, perché no,
anche con l’allenatore. Una
seduta di allenamento è come una scala,
si deve salire scalino dopo scalino, ma ogni tanto ci deve essere
anche un pianerottolo dove rifiatare. Insegnare,
con puntiglio, pretendere attenzione, ma lasciare sempre un po’ di
spazio allo svago, al divertimento puro, non tendere troppo la corda. Insegnare
divertendo e divertendoci, non è facile ci vuole preparazione,
carattere, voglia di mettersi in discussione, capacità carismatica di
mantenere il giusto equilibrio tra pretendere e concedere. Solo
così il nostro lavoro sarà creativo e potremo mantenere intatta la
capacità di sorprenderci. Piero
Carnacina |